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Opere

Influenze Artistiche

Da una delle ultime interviste dell'Artista in cui ci racconta dell'evoluzione della sua arte:

"Avevo appena scoperto l'arte concettuale, il Minimalismo, e vi avevo trovato la libertà che cercavo come un gioco fra immagine e materia fino a quel momento per me ignoto: e proprio nel rapporto con la materia, in particolare i metalli e i neon, che avevo preso a impiegare per realizzare sculture, sentivo che questa nuova linea dell'arte mi consentiva di esprimere al meglio le mie esperienze. Perchè, nonostante quello che molti hanno pensato davanti alle mie opere, io non sono un artista d'invenzione, non lo sono mai stato. L'origine dei miei lavori è sempre figurativa, ma c'è modo e modo di sintetizzare ciò che si vede e si vive attraverso l'arte, una cosa che il minimalismo mi ha fatto comprendere come un'illuminazione. Prendi Robert Barry, Donald Judd, James Turrell, ma soprattutto Ellsworth Kelly: Kelly è stato per me un riferimento assoluto, il mio santo, la sintesi perfetta di forma e contenuto, ed è lungo la via indicata dalla sua opera che mi sono avviato" ...... 

 

Negli Anni Settanta ero entrato in contatto con Leo Castelli che dopo aver visto la mia mostra a Spoleto m'invitò ad esporre nella sua galleria di New York.

Dall'esperienza americana tornai arricchito dalla consapevolezza di un'arte pura, quella di Barnett Newman e Agnes Martin: si tratta di un'arte che per me ha avuto un effetto per così dire psicanalitico, liberatorio, e che nel corso del tempo mi ha portato ad abbandonare definitivamente i limiti di tele e cornici, la pesantezza dei colori a olio o acrilici, una certa teatralità delle forme." ..... 

 

Un altro passaggio fondamentale per me e la mia arte è stato quello verso la Svizzera, dove dall'inizio degli Anni Novanta trascorro lunghi periodi. Con questo paese ho scoperto un'affinità di sintesi e credo di avervi acquisito una disciplina formale che mi ha definitivamente liberato dalla ricerca di una complicità con l'osservatore, dei residui di narrativa. O meglio, ho imparato a non raccontare più storie, ma forme. Sempre in Svizzera, in una piccola cartoleria di Zurigo, ho scoperto le carte orientali: la loro qualità tattile mi ha portato in maniera naturale a lavorare con gli acquerelli, e insieme a sviluppare un codice, fatto di puntinature, che mi serviva ad eliminare le immagini definite. E' un codice, una scrittura personale con cui ho lavorato a lungo e a cui sono molto legato, anche se adesso sto andando altrove. 

 

La mia direzione è verso forme geometriche non finite, fluide, con la materia liquida dei colori lasciata libera di correre: io creo degli argini sulla carta, ma mi piace anche che le forme passino comunque, sfaldandosi. C'è in questo, credo, un nuovo senso drammatico che è entrato nella mia vita: in effetti l'acqua è anche qualcosa che sfugge. Come il tempo".

 

(Da Le forme del tempo. Un'intervista a Ennio Tamburi. in Ennio Tamburi. Continuo. Catalogo della mostra al Crac di Taranto, 15 dicembre 2018 - 6 febbraio 2019)

E.T. racconta......

Mi considero un artista che ha un rapporto con il sociale, diversamente da quelli chiusi in sé stessi che fanno quello che sentono. Cerco di essere interprete di questo tempo per sollevare delle riflessioni, delle denunce, dei disagi. Mi pongo come un testimone di un viaggio terreno, sempre con le antenne alzate per cercare di captare cosa succede.

Nel mio lavoro c’è sempre una piccola ironia, la volontà di sdrammatizzare e di unire. La mia pittura rappresenta dei luoghi, come delle geografie, o meglio dei territori. All’interno di questi territori mi esprimo con il “puntinato” che è un linguaggio, ma anche un’espressione di quantità, di geometria, di dinamica. Molte volte in questi luoghi che ho chiamato enclos, dal francese recinti, l’individuo si identifica con i suoi simili. Con il mio lavoro ho cercato di andare oltre, di portare il recinto, questo simbolo, a un’ipotesi di integrazione. E anche di rompere le diversità cercando di metterle in contatto. Tentare questa integrazione è difficilissimo sia dal punto di vista signico, sia sociale.

 

Lavoro su due livelli. Il primo è il fondo con colori acquosi dove non c’è la pittura, ma il colore affidato all’acqua che disegna, lascia delle macchie, delle piccole pozzanghere prima che si asciughi. In questa prima fase non c’è un mio intervento, è tutto casuale, legato alla libera fantasia dell’acqua che si sistema come vuole. Quando il colore si asciuga si passa al secondo livello: delle costruzioni geometriche e dinamiche, di solito con un unico colore, e in questa fase lavoro con grande meticolosità. Sono migliaia di punti per raggiungere quella forma, quel concetto di due schieramenti che si confrontano sospettosi. Avverto il bisogno di raggiungere la simmetria e l’equilibrio tra il non controllo del primo livello e la geometria razionale. Non oso condizionare il primo livello, perché è la parte più spontanea e creativa. Proprio per questo non ho mai buttato un mio foglio. 

(Da Ennio Tamburi: la vera arte è fuggire dalla banalità, Intervista a Ennio Tamburi, Panorama di Myriam Dolce)

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