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visione

Continuo...

È questo equilibrismo tra i margini del disegno e l'incontenibilità della macchia a superare la partitura delle sue tavole/pagine in favore del progetto di una vita: quel continuum con cui E.T. titola opere e mostre, quel continuum che, da memoria Eraclitea, ogni volta nuovamente travalica il foglio rigenerandosi ripetutamente. 

 

Ennio la nomina "saggezza del tempo che non passa", tempo delle ipotesi e delle infinite possibilità, tempo dei ricordi rivagliati ad uno ad uno e proiettati sul futuro, condizione dell'immaginazione che, come l'acqua, si espande, s'arresta, s'imprime, continua a fluire portando con sé segni di un passaggio umano, mentre pietre e carte si consumano nella celebrazione di arte e vita. Nello scorrere verso altra vita ancora.

L'incompiuto / L'infinito . Mappe di luoghi impossibili

Le mie opere sono “frammenti di un discorso in restauro” E.T.

 

L’incompiuto, l’incompleto, sono la sola nostra possibilità di avvicinarci all’infinito (il non finito), come un errore nella misura, un varco che si apre nello smisurato spazio-tempo in cui tutto deve aver luogo, terminare, altrimenti è un incompiuto. A monte c’è sempre un progetto che indirizza e, a valle, un destino che si compie; nel mezzo, tutto quanto occorre a fare della vita un servomeccanismo di quel determinismo, auto- ed etero- imposto. Questo sconfinare – nel caso in esame, scompaginare – oltre la finitudine, è la sola cosa che conta per Tamburi e ogni opera è sempre l’inizio di qualcosa, la prima volta. “Gioco di una casualità non tanto casuale, pensata sulla carta come per grandi spazi senza orizzonti”, suggerisce. Perché persino gli orizzonti lontanissimi possono divenire confini e contorni, ed Ennio non li ama. Tant’è che preferisce una prospettiva de’ perdimenti, una visione aerea e zenitale: essere sopra le cose per vederle disporsi laggiù, sul fondo della terra/carta. “Bandierine al vento”. L’infinitesimale positura di milioni di puntini sulle carte nepalesi e tibetane contribuisce a comporre una mappa – eternamente – parziale, frammentaria, sintagmatica. E indecifrabile. “Mappe di luoghi impossibili”.

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“Il  punto e’ assolutamente l’unico legame tra silenzio e parola” (Kandinsky)

“Puntini controllatissimi, contati: in questi puntini si concentra la mia confusione” Il singolo segno non e’piu’ solo un segno ma un indieme di piccoli  e perfetti organismi pulsanti, vivi, in grado di comporsi secondo schemi piu’ o meno complessi. I puntini si dispongono sui fogli che dall’alto sembrano dar vita a immaginarie topografie, mappe o schieramenti militari: rigore e geometria governano l’azione al fine di Ottenere un ‘immagine equilibrata.

"Negli acquerelli e nelle tempere di Ennio Tamburi, l’organizzazione strutturale del dipinto serve a ricompattare aree omogenee e organizzate, radunando segni come fossero case o insediamenti di una città infinta, globale. Un’idea di spazio regolare ma non matematico. La scelta di esibire le opere su carta, senza supporti né cornici, risponde all’esigenza di non “chiudere” discorsi e pratiche pittoriche: una sorta di scrittura ininterrotta e, pertanto, interminabile" (R. Lacarbonara)

Punti come “nomadi” che vanno libere in giro su forme vaganti, ondeggianti finite fra loro. Con l’acqua che snatura e raggrinza - Un sistema di desideri scandisce il racconto, la dimensione passionale - ripetendosi ogni volta differente- L’archivio della memoria

Il tempo

Perché tutto è tempo in Tamburi. Tutto è sempre questo tempo, un adesso pienamente incompiuto, un diario di apparizioni fugaci – come nel più bel libro di sempre, quel Continuum realizzato per la Biblioteca Casanatense nel 2006 –, impressioni raccolte un attimo prima di perdersi come cenere. Una traccia che non lascia traccia. “La saggezza del tempo che non passa”, dice lui. 

“Non voglio più parlare del passato, ora sono qui”. (R. Lacarbonara)

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Il luogo/   Il campo

Uno spazio che Tamburi intende come “campo”, secondo molteplici declinazioni. Campo di battaglia, nei primi agglomerati di puntini “schierati, compatti, pronti a colpire” che attrezzavano le carte degli anni Novanta. Campo energetico, quantico, “predimensionale” nei fogli sciolti e radunati in coppie e polittici a partire dagli anni Duemila.. 

In questo campo fertile e smisurato che è il cielo di carta di Tamburi, ogni opera è un’erranza, dove è possibile attraversare senza la pretesa di una sosta o di una lettura. Una partitura quasi musicale, ritmica. A volte, l’organizzazione geometrica interna al dipinto serve a ricompattare aree omogenee e organizzate, agglomerando segni come case o insediamenti di una città infinita, globale. (Lacarbonara

Il luogo/ La carta

Se mi chino su una carta cinese o giapponese, mi sento invaso dalla quiete e dal tepore. La sua morbida superficie e’ come il manto della prima neve”.(Tanizaki 1935)

La via della carta che viene dall’Estremo Oriente, come pratica spirituale, ogni gesto, ogni movimento e’ misurato, equilibrato, semplicità, senso del vissuto, spontaneita'. Leggere come piume al vento, inafferrabili. La carta diventa un luogo, un campo di relazioni, zona senza margini della sensibilità E.T.

 

I numerosi polittici realizzati con l’accostamento di preziose carte artigianali tibetane, giapponesi, indiane e nepalesi che l’artista sceglieva con meticolosa attenzione. In alcuni casi la carta è ridipinta, in altri lasciata integralmente “al naturale” in modo che il supporto riveli la sua trama, la sua corposità o leggerezza, creando un contrappunto con le immagini. 

Quadri come “pagine” disposte per effetto di una dilatazione fluida della pellicola pittorica, ma al contempo caratterizzate dalla composizione geometrica e rigorosa degli agglomerati di punti ritmati in superficie.  (R. Lacarbonara)

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