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visione

Continuo...

È questo equilibrismo tra i margini del disegno e l'incontenibilità della macchia a superare la partitura delle sue tavole/pagine in favore del progetto di una vita: quel continuum con cui E.T. titola opere e mostre, quel continuum che, da memoria Eraclitea, ogni volta nuovamente travalica il foglio rigenerandosi ripetutamente. 

 

Ennio la nomina "saggezza del tempo che non passa", tempo delle ipotesi e delle infinite possibilità, tempo dei ricordi rivagliati ad uno ad uno e proiettati sul futuro, condizione dell'immaginazione che, come l'acqua, si espande, s'arresta, s'imprime, continua a fluire portando con sé segni di un passaggio umano, mentre pietre e carte si consumano nella celebrazione di arte e vita. Nello scorrere verso altra vita ancora.

Il tempo

Perché tutto è tempo in Tamburi. Tutto è sempre questo tempo, un adesso pienamente incompiuto, un diario di apparizioni fugaci – come nel più bel libro di sempre, quel Continuum realizzato per la Biblioteca Casanatense nel 2006 –, impressioni raccolte un attimo prima di perdersi come cenere. Una traccia che non lascia traccia. “La saggezza del tempo che non passa”, dice lui. 

“Non voglio più parlare del passato, ora sono qui”. (R. Lacarbonara)

L'incompiuto / L'infinito . Mappe di luoghi impossibili

Le mie opere sono “frammenti di un discorso in restauro” E.T.

 

L’incompiuto, l’incompleto, sono la sola nostra possibilità di avvicinarci all’infinito (il non finito), come un errore nella misura, un varco che si apre nello smisurato spazio-tempo in cui tutto deve aver luogo, terminare, altrimenti è un incompiuto. A monte c’è sempre un progetto che indirizza e, a valle, un destino che si compie; nel mezzo, tutto quanto occorre a fare della vita un servomeccanismo di quel determinismo, auto- ed etero- imposto. Questo sconfinare – nel caso in esame, scompaginare – oltre la finitudine, è la sola cosa che conta per Tamburi e ogni opera è sempre l’inizio di qualcosa, la prima volta. “Gioco di una casualità non tanto casuale, pensata sulla carta come per grandi spazi senza orizzonti”, suggerisce. Perché persino gli orizzonti lontanissimi possono divenire confini e contorni, ed Ennio non li ama. Tant’è che preferisce una prospettiva de’ perdimenti, una visione aerea e zenitale: essere sopra le cose per vederle disporsi laggiù, sul fondo della terra/carta. “Bandierine al vento”. L’infinitesimale positura di milioni di puntini sulle carte nepalesi e tibetane contribuisce a comporre una mappa – eternamente – parziale, frammentaria, sintagmatica. E indecifrabile. “Mappe di luoghi impossibili”.

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